Posted by on 16 Mar, 2016 in Approfondimenti, Scrivere | 3 commenti

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Locandine Suffragette, con Meryl Streep, Helena Bonham Carter, Carey Mulligan

È uscito il 3 Marzo nei cinema italiani il film Suffragette, diretto da Sarah Gavron e interpretato da Meryl Streep, Helena Bonham Carter e Carey Mulligan. Una pellicola britannica del 2015 (arrivata qui in Italia con un po’ di ritardo) che parla di quel movimento fondato da Emmeline Pankhurst che animò la scena politica del Regno Unito a partire dal 1903.

Incidentalmente, solo pochi mesi fa, nell’antologia Altrisogni Vol.2, abbiamo avuto il piacere di pubblicare il racconto gotico Eleanor scritto da Lia Tomasich, ambientato a Londra proprio all’inizio del periodo caldo generato dalle attività dell’Unione Politica e Sociale delle Donne.

Avevamo già in mente di avviare una serie di articoli che approfondissero particolari argomenti legati ai racconti pubblicati, e che allo stesso tempo mostrassero il “dietro le quinte” del processo di scrittura dei rispettivi autori: l’uscita del film Suffragette ci ha fornito lo spunto per iniziare con Lia Tomasich. Qui di seguito la scrittrice romana ci parla di cosa ha significato ambientare il suo Eleanor in quello specifico periodo storico e del duro lavoro necessario per calarlo in modo credibile nel contesto.

Buona lettura!

 

La Londra del 1908, le suffragette e la scrittura di “Eleanor”

 

di Lia Tomasich

Questo mese è uscito il film Suffragette, diretto dalla regista Sarah Gavron su sceneggiatura di Abi Morgan. Cosa per me curiosa perché “Eleanor”, il mio racconto pubblicato sull’antologia Altrisogni vol.2, è ambientato proprio a Londra nel 1908, anno che diede inizio al periodo caldo della militanza dell’Unione Politica e Sociale delle Donne, o WSPU.

Non ho ancora visto il film, ma ne sono incuriosita: nel trailer Emmeline Pankhurst (Meryl Streep) mi è apparsa subito familiare. Probabilmente perché ne conosco già la storia, avendo letto la sua autobiografia.

 

Perché il movimento delle suffragette come sfondo?

Quando ho iniziato a pensare al racconto sapevo solo che sarebbe stato un horror tradizionale di genere gotico, credo a causa dell’influenza di letture che mi hanno tenuto compagnia per un lungo periodo. Volevo però che al centro della narrazione ci fosse una donna e, dato che intendevo ambientarlo a Londra all’inizio del secolo, la scelta del contesto alla fine è venuta da sé. È iniziato quindi un lungo ed emozionante lavoro di ricerca e documentazione – elemento fondamentale nella genesi di qualsiasi racconto o romanzo – che è anche, secondo me, la parte migliore del gioco di scrivere.

La fase di ricerca ha avuto un duplice scopo: da un lato, mi ha permesso di capire meglio cosa fosse davvero accaduto in quegli anni in Gran Bretagna e dall’altro, mi ha fornito un tessuto “forte” su cui imbastire la mia storia horror di stampo gotico.

 

Corteo di Emmeline Pankhurst nel 1908

Immagine d’epoca di un corteo guidato da Emmeline Pankhurst (1908).

Immagine dal film Suffragette (2015)

Una scena dal film Suffragette (2015), diretto da Sarah Gavron.

 

La storia al servizio della finzione

Sono molti gli spunti che ho raccolto e di cui mi sono servita in seguito per amalgamare la trama con i luoghi, i tempi e le atmosfere del periodo storico che avevo scelto. Un esempio che torna utile per capire come la ricerca possa aiutare a rendere verosimile un racconto di finzione è proprio in una delle prime scene di “Eleanor” (pronuncia: EHLLeh-NaoR, molto simile come suono al nostro ‘Elena’). Il protagonista del racconto è un uomo, un giovane disegnatore che trova un impiego presso la redazione di un giornale di Londra.
Eccovi la scena:

«W.S.P.U.», scandisco le lettere.

Il caporedattore del Westminster Gazette solleva la fronte dal foglio.

«Lei sa che cosa significhi?» gli chiedo.

Mi fissa da sopra gli occhiali, un ghigno beffardo gli si disegna sul volto.

«L’Unione Politica e Sociale delle Donne. Il movimento delle suffragette, l’ala estrema del movimento suffragista. Chiedono il voto e pretendono di ottenerlo disturbando i comizi e scontrandosi con i poliziotti. Sono delle indemoniate, ecco cosa sono.»

«E ora si sono messe anche a tirar sassi contro le finestre di Downing Street» interviene un redattore, agitando l’indice nell’aria. «Non bastavano le sassaiole contro le vetrine dei negozi, e le cassette postali bruciate.»

«Il capriccio di qualche ricca e viziata signora…» aggiunge un altro, sarcastico.

«Ma lo sapete che il numero delle donne è di ben tre quarti di un milione superiore a quello degli uomini? Se il parlamento dovesse concedere loro il voto, il governo del paese verrebbe consegnato nelle mani delle donne! Ci pensate? Un’assurdità!»

Le risa dei giornalisti risuonano nella redazione.

«Se si chiedesse a tutte le donne del paese di esprimersi sulla questione, di sicuro la maggioranza si asterrebbe o darebbe voto contrario. Lei non crede?» mi domanda il direttore, rimasto sulla soglia ad ascoltare. Mi guarda sorridente, mentre si toglie la bombetta e l’appende all’attaccapanni.

«Il parlamento dovrebbe esprimere i desideri della gente, e dunque anche i desideri delle donne» rispondo.

Cala il silenzio. Il ticchettio dei tasti delle macchine da scrivere si dirada, fino a svanire. Vedo il sorriso spegnersi sul viso del direttore.

Non so perché ho dato quella risposta. Le parole mi sono uscite di bocca senza che potessi fare nulla per fermarle.

Gli occhi di tutti sono puntati su di me.

 

Per i dialoghi di questa scena mi sono ispirata a stralci di giornali dell’epoca, che riportavano i resoconti delle sedute del parlamento britannico. Infatti, due delle affermazioni da me attribuite ai giornalisti (la quarta e la quinta, con l’intervento del direttore) sono in realtà frasi pronunciate da uomini politici dell’epoca, nello specifico da William Cremer, membro liberale del parlamento. La risposta del protagonista, poco in linea con i toni sprezzanti dei giornalisti, è stata invece elaborata prendendo due dei quattordici punti contenuti nel manifesto pubblicato dal NUWSS (National Union of Women’s Suffrage Societies), il movimento suffragista fondato nel 1897 da Millicent Fawcett. Il quotidiano Westminster Gazette, di cui parlo nella scena suddetta e in tutto il racconto, era un giornale liberale (tra l’altro ospitò i primi lavori dello scrittore Raymond Chandler) fondato nel 1893, dunque realmente esistito.

Nella prima stesura del racconto questa scena non c’era. L’aggiunsi successivamente, quando Vito Di Domenico, curatore dell’antologia Altrisogni, mi chiese di intervenire sul testo per spiegare meglio cosa fosse il WSPU, perché qualcuno poteva anche non saperlo. Il mio intento fu quindi di chiarire l’acronimo, ma soprattutto di far percepire quale fosse l’umore dell’epoca riguardo al riconoscere il diritto di voto alle donne.

Nella mia scena non fatevi però ingannare dalla risposta del caporedattore e dal successivo intervento di un giornalista: il WSPU non nacque con intenzioni violente, anche se è vero che le suffragette compirono atti di vandalismo. Gli episodi di violenza, rivolti unicamente verso la proprietà e mai verso le persone, cominciarono nel 1908 e furono scatenati da una domanda che il partito in procinto di prendere il potere in Gran Bretagna si ostinò a lasciare senza risposta.

 

Il parere di William Cremer riportato dal The Times (Aprile 1906)

Il parere del liberale William Cremer contro il voto alle donne (The Times, Aprile 1906).

Manifesto in 14 punti del NUWSS

I primi sette punti del manifesto del NUWSS “Fourteen Reasons for Supporting Women’s Suffrage”.

 

Una domanda senza risposta

Lo slogan “Il voto alle donne” nacque il 13 ottobre del 1905 a Manchester, città natale di Emmeline Pankhurst, fondatrice del WSPU. Quel giorno, al Free Trade Hall, era in programma un comizio di Sir Edward Grey, esponente di quel partito liberale che da lì ha poco avrebbe conquistato il potere.

In preparazione per l’evento, le donne del WSPU fecero un lungo striscione in cui era riportata la domanda: “Il Partito liberale darà il voto alle donne?”. Il loro intento era di aprire lo striscione dal parapetto della galleria, ma all’ultimo momento non riuscirono ad assicurarsi i posti a sedere nella parte alta, per cui dallo striscione fu ritagliata e tenuta solo la parte finale, “Il voto alle donne”, per ridurne le dimensioni.

Alla fine del comizio venne il momento delle domande da parte del pubblico, a cui Sir Grey rispose con cortesia. Domande rivoltegli da uomini. Poi una donna, Annie Kenley, lavoratrice tessile e portavoce del WSPU, si alzò in piedi e formulò la domanda: “Il Partito liberale darà il voto alle donne?”. Contemporaneamente un’altra donna, Christabel Pankhurst, figlia di Emmeline, esibì lo striscione ridotto, in modo che tutti i presenti, anche i più lontani dal palco, potessero capire la natura della domanda.

Sir Grey non rispose. Annie Kenley fu obbligata a risedersi, spinta dagli uomini che le erano accanto. Un addetto alla sicurezza le premette addirittura il cappello sulla faccia, per zittirla. La hall si riempì di urla e fischi. Una volta ristabilito l’ordine, Christabel Pankhurst ripeté la domanda. Di nuovo, Sir Grey la ignorò. Altro coro di grida indignate e fischi. I rappresentanti del partito liberale si affrettarono a sciogliere il comizio. Annie Kenley si alzò di nuovo e ripeté per l’ennesima volta la domanda, tra il rumore della folla che si allontanava. Scoppiò il putiferio, volarono insulti e minacce e le due donne furono spinte fuori dalla hall dagli addetti alla sicurezza del partito liberale.

Era solo l’inizio: non ci sarebbe stata più pace finché la domanda delle donne non avesse ricevuto risposta.

 

Rappresentanza del WSPU a Londra

L’episodio sopra citato è tratto dal libro autobiografico My own story, in cui Emmeline Pankhurst racconta la storia della sua vita e della lotta delle donne per il diritto al voto. Potete leggerlo online o scaricarlo da ManyBooks.com gratuitamente in lingua inglese, nel vostro formato preferito, grazie al Progetto Gutenberg. La versione italiana a pagamento è invece pubblicata da Castelvecchi.

 

Immagini e immaginazione

Nel racconto ho inserito anche “immagini” – strumentali alla trama – che si ispirano ad alcuni eventi dell’epoca riconducibili alle attività delle suffragette e che mi sono servite per dar corpo ai disegni realizzati dal protagonista. Per poterlo fare, ho visionato una serie infinita di foto e filmati d’inizio secolo, un patrimonio davvero inestimabile. Un’esperienza straordinaria, che ha richiesto tantissimo tempo, ma che mi ha restituito grandi emozioni.

Ho usato anche semplici immagini della vita quotidiana londinese di quel periodo: per “vestire” Eleanor ho avuto bisogno di passare in rassegna gli abiti in auge in quegli anni; e vedere la rappresentazione fotografica della redazione di un giornale mi ha permesso di descriverla sulla pagina con maggiore sicurezza. Una di queste immagini è stata però piegata alle esigenze della trama: si tratta della grande manifestazione del 21 giugno 1908 che si tenne a Hyde Park, a cui parteciparono ben 300.000 persone. Quel giorno, nella realtà, splendeva il sole, mentre nel racconto per motivi di “copione” imperversa una pioggia battente. Dopotutto, non è l’autore che fa il bello e il cattivo tempo?

 

Fatti, non parole

“Deeds, not words” è lo slogan che il movimento di Emmeline Pankhurst adottò all’inizio della sua avventura e che ho usato nel racconto; infatti, compare sul biglietto da visita di Eleanor.

"Deeds Not Words", uno degli slogan del WSPU

Lo slogan “Deeds Not Words” in uno stendardo conservato al Museo di Londra.

Ho utilizzato anche un’altra frase, che è stata resa famosa proprio dal film Suffragette (quando è uscito nel 2015 in Gran Bretagna) e che ha sollevato molte critiche per le sue presunte implicazioni legate al razzismo: “I’d rather be a rebel than a slave”. Fu pronunciata da Emmeline Pankhurst nel corso di un comizio nel 1913.

Nel mio racconto tale frase viene pronunciata dal protagonista, ovvero il giovane disegnatore, assumendo così una sfumatura che è emblematica di quanto stia accadendo al personaggio. A voi, dopo la lettura di “Eleanor”, giudicarne l’effetto finale.

Meryl Streep e le altre attrici di Suffragette con il controverso slogan "I'd rather be a rebel than a slave"

Meryl Streep e le altre attrici di Suffragette con indosso lo slogan “I’d rather be a rebel than a slave”.

 

 

Lia TomasichAutrice ospite: Lia Tomasich

Traduttrice di professione, ha pubblicato racconti per Delos Books sulle riviste Writers Magazine Italia e Robot, e sulle antologie Il magazzino dei Mondi 2 e Tutti i mondi di Mondo9. Nel 2013 è finalista ai premi di narrativa horror John W. Polidori e F. M. Crawford, segnalata al Premio Algernon Blackwood, prima classificata al 31° Premio WMI. Nel 2014 è terza classificata al Premio GialloLatino 2014 nella sezione Segretissimo Mondadori. Per Delos Digital è autrice de Il delitto di Ponte Pietra, collana History Crime, di Family Reunion e Rescue Team, collana The Tube Exposed, e coautrice di Scacco alla Regina e La cura, collana The Tube 2.
Su Altrisogni ha pubblicato il racconto “Muoviti” (Altrisogni n.6) e “Eleanor” (Altrisogni Vol.2), mentre “L’occhio dell’abisso”, racconto finalista del Premio Crawford 2013, è presente nell’antologia Ore nere – Otto racconti del terrore (dbooks.it, 2014), primo volume della collana Altrisogni Presenta.

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